Bon Jovi – Live in London


L’avessi ascoltato una volta sola! L’ho ascoltato per intero almeno una decina di volte, e ogni tanto attingo qualche pezzo qua e là quando ne ho bisogno. Live in London del 1995, probabilmente uno dei momenti più alti della carriera dei Bon Jovi.

Partenza a razzo con Livin’ On a Prayer, eseguita magistralmente sia dal gruppo sia dal pubblico coinvoltissimo. Il talk box di Sambora fa magie fin dall’inizio. Non a caso è la mia canzone preferita di Bon Jovi! Subito dopo l’altra tra le canzoni più amate e più famose, “You Give Love a Bad Name”, anche qui, inutile dirlo, pubblico coinvoltissimo che la canta tutta e Sambora che fa un assolo molto molto bello.

Poi si passa a qualcosa di più leggero come Keep The Faith e Always. La prima non mi ha mai fatto impazzire, la seconda l’ho ascoltata fino alla nausea, canzone adorabile, anche se la versione live non rende moltissimo l’emozione secondo me…

Sono altri due i punti veramente alti del concerto. Bad Medicine e Wanted Dead or Alive (nel video in fondo) suonata da Sambora con la doppia chitarra! La prima una canzone classicamente rock, anche questa tra le migliori di tutta la carriera di Bon Jovi, la seconda una bellissima ballata come solo lui sa farle…

Unico appunto. Manca Bed of Roses, la sua ballata migliore, mai più superata da nessun’altra ballata scritta dal gruppo e che avrebbe dato quel qualcosa in più a questo magnifico concerto.

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Touch


Come se non ne stessi guardando già troppe, girando su varie pagine di Facebook sono incappato nel commento di qualcuno che consigliava vivamente di guardarsi la puntata pilota di questa nuova serie. Io ovviamente non me la sono lasciata scappare la cosa e all0ra mi sono guardato questo benedetto episodio.

La trama in breve: con la moglie morta durante gli attentati dell’11 Setteembre, un padre vive ormai da anni da solo con il figlio autistico, che in 12 anni di vita non ha mai detto una parola e odia farsi anche solo toccare da chiunque. Senonchè un bel giorno il padre scopre che il figlio ha delle particolari abilità matematiche che gli permettono quasi di poter prevedere il futuro. Infatti, come viene detto nel discorso che apre la serie, il caos non esiste, è tutta una questione di calcolo delle probabilità matematiche.

Sempre nel discorso iniziale viene fatto riferimento ad una leggenda cinese secondo cui ogni persona sarebbe collegata con un filo rosso ad ogni altra persona che è destinata ad incontrare nel corso della propria vita, ed è anche la cosa che sembra essere il proposito principale della serie.

Infatti in questo episodio pilota, oltre ai due protagonisti, ci vengono introdotti altri personaggi secondari da diverse parti del mondo: un commerciante da Mumbai, il figlio di un panettiere arabo, una studentessa cinese e così via. Tale introduzione fa appunto pensare alla leggenda dei fili rossi, che non è sicuramente stata detta senza cognizione di causa.

In tutto questo l’episodio pilota pare abbastanza avvincente, soprattutto per me che sono un amante dei numeri. Molto probabilmente continuerò a guardare la serie per poterla valutare meglio…

Spartacus: Vengeance


Ci eravamo lasciati, ormai due anni fa, con Spartacus e la sua orda di schiavi che si ribellavano contro la casa di Batiatus giurando di “far tremare Roma”. Ora le cose sono cambiate, e anche molto. Intanto è cambiato l’attore protagonista. Liam McIntyre sostituisce il compianto Andy Whitfield. Poi a livello di storia. Ritroviamo gli schiavi ribelli che si rifugiano a Capua, lontano dagli sguardi dell’esercito romano ognuno con un proprio obiettivo.

Si perchè il piccolissimo esercito (ma loro ci tengono a non essere chiamati esercito) di schiavi è diviso in due, uno capitanato da Spartacus e l’altro da Crixus, ma comunque in buoni rapporti, tesi ma buoni. Spartacus con l’obiettivo di vendicarsi di Glaber, l’uomo che ha portato in schiavitù lui e la moglie, Crixus con l’obiettivo di ritrovare Naevia, suo grande amore, anche lei schiava nella casa di Batiatus.

Intanto Glaber, Ilythia sua moglie e tutti i poteri forti della piccola Capua lottano e complottano per trovare e sconfiggere Spartacus e i suoi alleati.

I punti forti della serie vengono mantenuti: combattimenti all’ultimo sangue, grafica in stile Frank Miller, tanto tanto sesso per dare un po’ di realtà alla situazione. Liam McIntyre regge per ora bene il confronto con Andy Whitfield, anche se il leader del cast per ora secondo me è Manu Bennet (Crixus). La storia di questa seconda stagione promette molto bene, ovviamente non siamo esenti da stratagemmi per romanzare e rendere molto più televisiva la storia, ma anche questo fa bene alla serie.

Penso che i combattimenti nell’arena un po’ mi mancheranno però…

J. Edgar


Come ogni anno, arriva il momento di Clint Eastwood, questa volta alle prese con la storia della vita di uno degli uomini più importanti della storia recente americana: J. Edgar Hoover,interpretato dal solito, magistrale, Leonardo Di Caprio.

Il film ci racconta l’ascesa al potere dell’FBI da parte di John Edgar Hoover, che diventa giovanissimo capo dell’FBI, che a suo tempo contava 600 uomini al servizio, rimanendo tale per 48 anni, alla fine dei quali gli agenti in servizio saranno oltre 6000. Si vede molto bene anche come, dal momento dell’inizio della sua attività, i metodi investigativi della FBI venissero radicalmente cambiati, consentendo l’ingresso nelle procedure dei metodi scientifici e tecnologici che tuttora (anche se ovviamente più evoluti) vengono usati.

Il film si concentra su tre casi della sua carriera: il primo, il rapimento e l’omicidio del figlio di Charles Lindberg, nel quale viene sottolineata l’importanza del cambiamento nei metodi investigativi; il secondo, la guerra contro i Gangster, con la quale l’FBI ottiene per la prima volta l’autorizzazione ad arrestare e all’utilizzo delle armi, iniziando a diventare una vera forza per la salvaguardia del paese; la terza vicenda, che fa un po’ da chiave unificatrice del film, è la salvaguardia della sicurezza nazionale dagli scandali del potere, che vede l’introduzione dell’uso delle microspie, casi che lo portarono pian piano a diventare uno degli uomini più potenti degli Stati Uniti d’America.

In tutto questo viene data molta importanza alla vita privata del protagonista. Il suo rapporto con la madre, con la quale vivrà fino alla morte di lei, la presunta omosessualità e la relazione con Clyde Tolson ci aiutano a comprendere il personaggio vedendolo sia nel suo lavoro, sia nei suoi rapporti più intimi.

Il film risulta piacevole, non è certo un film leggero le cui due ore scorrono via con serenità, ma Clint Eastwood ci ha abituati a questo, c’era da aspettarselo. Tra le sue opere recenti non certo una delle sue prove migliori, ma comunque un buon film.

Continuiamo con Alcatraz


Dopo aver visto le prime tre puntate di questa nuova serie tv di J.J. Abrams è tempo di fare qualche primissimo bilancio. Partendo da un giudizio poco poco tecnico. Mi piace. Ma mia sta piacendo proprio tanto. L’idea che sta alla base è secondo me fantastica, ci si possono creare molte molte cose e la fantasia di J.J. di sicuro non potrà deludere.

Intanto nei primi tre episodi si è scoperto che ci sarà un gran caso di stagione, visto che di scoprire il perchè i detenuti scomparsi nel 63 stiano tornando per ora non se ne parla neanche. Il caso si scopre nella prima puntata, quando il partner di Rebecca Madsen, la protagonista della serie, viene ucciso da un giovane, che nel corso della puntata si scoprirà essere un detenuto di Alcatraz, nonchè nonno di Rebecca (che aveva sempre creduto essere un secondino).

La cosa che salta subito all’occhio è che la trama orizzontale c’è, ma non è la parte preponderante e non si ha nemmeno tutta questa fretta di svilupparla. Per quanto a me siano sempre piaciute le serie con fortissimza trama orizzontale, questa scelta per ora si sta rivelando vincente. La procedura per ritrovare il criminale della settimana è costruita bene e sono ottime le alternanze tra la vita del criminale ora e la vita passata ad Alcatraz.

I tre criminali che ci sono stati presentati hanno funzionato più che bene. Il primo, Jack Sylvane, è stato un po’ uno specchietto per le allodole, serviva fondamentalmente a introdurre la trama dell’intera serie. Il secondo, Ernest Cobb, tra i tre per ora è stato decisamente il migliore. Serial killer e cecchino spietato, con ovviamente qualche turba psichica che in un serial killer non manca mai. Il terzo, Kit Nelson, omicida di bambini, ne ha uccisi 4 prima di essere imprigionato ad Alcatraz, il tutto per ripercorrere la vita trascorsa col fratellino, ucciso da lui stesso a 11 anni.

La serie per ora sta funzionando. Speriamo solo continui così. Ovvio che non farebbe male qualche riferimento in più alla trama orizzontale…

Homeland


Dopo 8 anni di prigionia tra l’Afghanistan e l’Iraq, un marine americano viene ritrovato vivo, dopo che le sue tracce erano state perse da anni e lo davano ormai tutti per morto. Tornato a casa dovrà fare i conti con la ricostruzione della sua vita e con un agente della CIA, che crede fermamente che egli sia passato al nemico.

Questa la trama di una delle serie migliori dell’anno passato. Una trama apparentemente difficile, per i temi che tratta, per come li tratta. Una serie drammatica coi fiocchi insomma. Le indagini vengono eseguiti anche con metodi poco ortodossi e man mano che la serie procede si ha questa incessante alternanza tra la vita di Nick Brody nel 2011 e il suo passato durante il sequestro del più pericoloso terrorista di Al Qaeda, Abu Nazir, sul quale si scoprirà pian piano che il buon marine qualche bugia ce l’ha detta.

Una serie post morte di Bin Laden ch fa vedere abbastanza bene come in America si pensi ancora a quel famigerato 11 settembre, che fa vedere molto molto bene come questa specie di paranoia può avere un certo fondamento. In tutto questo aggiungiamoci che nessuno sa che la protagonista è affetta da disturbi bipolari che la portano anche alla paranoia e abbiamo tutti gli ingredienti per una serie quasi perfetta!

Infatti pian piano durante gli episodi si scoprirà facilmente che tra inganni e macchinazioni Brody è realmente passato al nemico e progetta un attentato contro il vicepresidente degli USA. Ma il finale di stagione lascia aperti nuovi ed imprevedibili risvolti che per chi ha amato questa serie è dovere non lasciarsi sfuggire quando inizierà la prossima stagione!

Snow & Charming


Nuova puntata di Once Upon a Time, questa volta dedicata ai due personaggi chiave del racconto. In questo caso c’è stato un grandissimo parallelismo tra mondo reale e mondo delle fiabe. In entrambi i mondi sappiamo che Biancaneve è innamorata del Principe Azzurro. Nel mondo delle fiabe sappiamo che quest’ultimo si sposerà a breve, mentre nel mondo reale sta con sua moglie dopo essersi ripreso dal coma.

In entrami i mondi Biancaneve vuole tentare di dimenticare il Principe Azzurro, non sapendo che anche lui ha un debole per lei. In entrambi i mondi si incontrano, ma le cose vanno diversamente.

Si, esatto. Nel mondo delle fiabe Biancaneve decide di lasciar sposare il Principe, impaurita dalle minacce del Re, mentre nel mondo reale, dopo aver scoperto che la moglie del Principe non è incinta, i due si abbandonano a un lungo bacio liberatorio, e possono finalmente ricongiungersi.

Ma il mondo delle fiabe non ci fa comunque perdere le speranze, visto che da un lato lei decide di bere la pozione datale da Tremotino, che le permette di dimenticare il Principe, ma dall’altro lui, abbandonata la futura moglie, con la forza del sentimento continuerà a cercarla. Anche per sempre.

In questa puntata, molto sentimentale, che scalfirebbe anche il più pietrificato dei cuori, abbiamo scoperto anche pochissimo sul nuovo ingresso di Storybrooke, anche se era quello che un po’ tutti volevamo sapere. Ovviamente questo escamotage farà aumentare vertiginosamente gli ascolti per le prossime puntate. E a quanto pare sta per iniziare lo scontro!

 

1408


Ecco qui che dopo l’articolo sul declino del cinema horror, mi dedico proprio ad un film horror, uno dei pochi degli ultimi anni secondo me degno di nota. I film horror tratti dai racconti di Stephen King sono generalmente sempre ben riusciti, si pensi all’adoratissimo Shining e a It ad esempio. Questo mantiene le sue promesse. Probabilmente non un film di grandi pretese per come è stato presentato ormai 5 anni fa, ma secondo me un piccolo gioiellino.

In breve la trama: uno scrittore di libri horror, dopo aver visitato più e più case che si dicevano infestate senza alcun risultato, decide di sfidare la camera 1408 dell’hotel Dolphin (come vedete la camera si trova al quattordicesimo piano, che in realtà negli USA sarebbe il tredicesimo, e, chicca, la somma delle sue cifre fa 13), teatro di oltre 50 decessi quasi tutti per suicidio, morti naturali o annegamenti (di cui uno nel brodo di pollo). In questa stanza si troverà a vivere un impressionante sfida contro le oscure presenze che la abitano, rivivendo eventi devastanti del suo passato, tra cui la morte della piccola figlia, che fa un po’ da centro a tutta la trama del film.

Il film è in totale crescita per tutta la sua durata, non si punta tanto allo spavento improvviso (anche se qualche scena c’è e ci sta) quanto all’accumulo inesorabile di tensione, che ti fa vivere pienamente le paure che vive il protagonista. E si gioca soprattutto sul crescendo. Si parte dalle ormai classicissime accensioni improvvise ed inspiegabili degli elettrodomestici, lavandini e così via, a visioni della gente morta in passato in quella stanza, a catastrofi naturali (la stanza prima si congela, poi addirittura si allaga).

Finale tra le altre cose non banale. Infatti in molti si aspetterebbero che il film finisca nel momento in cui il protagonista annega nella stanza a New York e si ritrova in ospedale a Los Angeles dopo aver fatto un incidente col surf, facendo credere a tutto il pubblico che la stanza fosse un sogno.

Menzione perticolare per John Cusack, che recita da solo per quasi tutto il film, tenendo veramente bene tutta la scena.

La ricerca di vivere in posti leggendari per il protagonista rivela in realtà un’ansia, una ricerca di qualcosa che possa provargli che c’è vita dopo la morte, un posto in cui si possa trovare la figlia. Il ricongiungimento con la moglie e l’ascolto della registrazione su audiocassetta dell’ora vissuta all’interno della camera portano quasi chiaramente a pensare che l’abbia trovata…

Dreamworks


Se il decennio che va tra il 1990 e il 2000 è stato decisamente segnato dai film Disney, quello tra il 2000 e il 2010 (e anche il 2011 perchè no) è stato segnato dai film d’animazione della Dreamworks.  Purtroppo non si possono confrontare in maniera equa i due decenni, visto che il primo film della Dreamworks Animation, “Z La Formica”, risale al 1998, mentre i film della Disney hanno una storia che va ben oltre nel passato.

Ma se appunto gli anni 90 ci hanno dato film d’animazione indimenticabili da parte della Disney, questa è stata soppiantata quasi totalmente dai nuovi film d’animazione, fatti con una tecnologia di base molto diversa da quella che ha portato al successo film come “Il Re Leone”, “Pocahontas”, “Hercules”, “Tarzan”, “Aladdin” e chi più ne ha più ne metta. Ma perchè ora i film Disney del 2000 non hanno riscosso lo stesso successo, quasi inarrivabile, dei suoi predecessori? Probabilmente il fatto che questi nuovi film hanno fondamentalmente trame fatte per bambini, che attirano in modo diverso il pubblico più adulto.

Cosa che non si può di certo imputare ai film Dreamworks. Il faro nella notte per questa casa produttrice è stato sicuramente il successo planetario di “Shrek”, seguito dai suoi seguiti, di “Madagascar”, “Giù per il tubo”, “Mostri contro Alieni”, il più recente capolavoro “Kung Fu Panda”  e l’ultimo “Il gatto con gli stivali” (personaggio preso in prestito da Shrek ovviamente).

La cosa che si nota maggiormente in questi nuovi film sono le citazioni. Citazioni che un pubblico di bambini non può capire a fondo. Altra chiave del successo è la creazione di personaggi che fanno da “macchietta” per l’intero film. Personaggi secondari che tendono ad entrare nel cuore del pubblico per le poche scene, estremamente divertenti, in cui sono coinvolti. Basti pensare ai Pinguini di Madagascar, piccolissimi ed implacabili militari addestratissimi o al Gatto con gli stivali nei film di Shrek, grandissimo ed amorevole spadaccino. E soprattutto, si ride tendenzialmente per tutto il film, mentre i film Disney puntano molto di più sull’emozione.

Hell Freezes Over


Tutti conoscono gli Eagles (almeno spero). Il 99% di quelli che li conoscono (me compreso fino a poco fa), li conoscono solo per la famosissima Hotel California. Di questi il 30% (ad essere generosi), conosce anche Desperado. Poi stop.

Recentissimamente un amico mi ha consigliato di vedere il video di questo live, Hell Freezes Over, il live che segnò la ufficiale reunion della band. In tutto questo già dall’inizio con Hotel California (guarda caso) sono rimasto sorpresissimo da come 17 anni dopo (Hotel California è del 1977, il live è del 1994) la canzone venga eseguita perfettamente, come se fosse una versione in studio. I cori sono sincronizzatissimi, in tutta la canzone (e poi in tutto il live) non esiste che questi migliaia di musicisti (perchè è vero, sul palco sono almeno una decina) sbaglino un solo colpo.

Poi scorri nelle canzoni e passando alla seconda, Tequila Sunrise, ci rimani malissimo perchè vedi che Don Henley, che prima cantava Hotel California, ora sta seduto alla batteria.

In tutto il live la band ripercorre fondamentalmente tutto il repertorio country, alternando perfettamente le voci di tutti i suoi componenti, infatti in tutto il live mi pare che solo uno non canti mai neanche una canzone.

Perle assolute e per me ottime scoperte la ritmata “Take it Easy” e la ballata “Love Will Keep us Alive” (di cui vi posto il video in fondo all’articolo).

Il rammarico di aver sottovalutato questa band, riducendola ad una sola canzone degna di nota in tutta la loro carriera mi pervade. L’unico modo per redimermi è iniziare ad approfondirli.