In Time


La Locandina del film, con Justin Timberlake e Amanda Seyfried

Uscito da poco nelle sale cinematografiche italiane, io lo avevo accolto con un commentino su Facebook in cui affermavo che per quanto la trama fosse interessante, un film con Justin Timberlake puzzasse di merda da lontano un miglio. Alcuni amici, in particolare uno, hanno commentato consigliandomi Alpha Dog. Ovviamente non ho visto Alpha Dog ma In Time, semplicemente perchè è nuovo, molto pubblicizzato e il tema è molto interessante.

La trama in breve: in un futuro prossimo (circa alla fine del XXI secolo) il progresso e le scoperte scientifiche hanno portato alla conquista di una sorta di immortalità. Infatti le persone sono programmate geneticamente per raggiungere il venticinquesimo anno di età, dopo il quale hanno soltanto un altro anno di vita. Per continuare a vivere devono acquistare il tempo, che è diventata la moneta con cui la gente viene pagata del proprio lavoro ed anche la moneta con cui la gente paga per l’acquisizione di beni e servizi. Il nostro protagonista, Will Salas, vive nella zona 12, la zona più povera, in cui la gente vive letteralmente alla giornata, guadagnandosi all’incirca un giorno di vita per ogni giorno di lavoro. Will viene accusato di avere ucciso un uomo e di avergli rubato oltre un secolo di vita, così è costretto alla fuga e a mettere in atto un piano per “riabilitare” la zona 12.

Will e Sylvia in fuga

Non ho mai guardato molti film di fantascienza. Molti di quelli che ho guardato però, rischiano di far cadere il reale tema che trattano facendo diventare l’intera pellicola un film d’azione, con qualche particolarità aggiuntiva. Secondo me ci cade anche In Time. Come detto, il tema molto molto interessante. L’immortalità, la sua ricerca, il controllo delle vite umane decidendo già alla nascita quanto dovranno vivere. Temi che questo film poteva trattare e che vengono sviluppati solamente in minima parte.

Se prima però questo film mi puzzava di merda da lontano un miglio, guardandolo ne sono comunque rimasto coinvolto. Nonostante deluda le mie aspettative su tutti i temi che un film del genere potrebbe trattare, ma che vengono banalizzati in un semplice film d’azione, l’intero risultato si lascia guardare.

La mamma di WIll Salas

La protagonista femminile, Amanda Seyfried, non mi è particolarmente piaciuta. Mi è sembrata molto anonima. Diciamo che con l’equivoco iniziale Olivia Wilde madre di Justin Timberlake, forse se avessero scambiato i ruoli delle due attrici il risultato sarebbe stato migliore.

Piccola apparizione anche per l’idolissimo Johnny Galecki, l’attore che interpreta Leonard in “The Big Bang Theory”.

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The Woman in Black


Uscirà nelle sale il 2 Marzo, ma è già disponibile in lingua originale, allora, vista l’immensa curiositàche provavo verso questo film, ho deciso di guardarmelo. Ultimamente non mi fido troppo degli horror moderni, basati sullo spavento improvviso e pochissimo sulla tensione, ma questo, ispirato al romanzo gotico omonimo dell’autrice britannica Susan Hill, prometteva grande tensione, ambientazione molto evocativa e una trama interessante.

Una locandina con primo piano del "Maghetto"

La trama in breve: Arthur Kipps, avvocato londinese vedovo, viene incaricato di recarsi in un villagiio sperduto per partecipare ai funerali di una cliente defunta e occuparsi della sua eredità. La donna viveva in una magione circondata da paludi, in cui l’avvocato decide di soggiornare nel periodo di permanenza al villaggio. Ben presto scoprirà che intorno alla tenuta vi è una forte maledizione, che colpisce in particolar modo tutti i bambini del villaggio, causando strane e inquietanti morti.

Il film cerca di ricreare l’atmosfera gotica, soprattutto dando un’occhiata a costumi, ambientazioni e personaggi, e ci riesce in maniera significativa. Atmosfera gotica che contribuisce a creare la tensione, concentrata soprattutto (ovviamente) nei momenti in cui Arthur si trova da solo nella magione disabitata. Il nostro bravo “Harry Potter” (ecco diciamo che se volevo sponsorizzare un film horror non avrei scelto lui, ma mi farà ricredere), regge abbastanza bene la scena.

L’intero film cerca appunto di creare tensione e paura attraverso l’atmosfera, come secondo me un vero horror dovrebbe essere, così ci evitiamo l’abuso di spaventi improvvisi (stratagemma dovuto secondo me a scarsa fantasia e nient’altro) e di sangue gratuito (idem). Ovvio, qualche scena che ti fa saltare c’è, ma questo stratagemma non viene usato molte volte nel corso del film.

Il finale vale molto. Farà discutere chi lo vedrà ed è questo che secondo me un buon film deve “creare”, molti decideranno in base al finale di amare od odiare questo film. A me è piaciuto molto, ma non riesco a ridurre l’intera ora e mezza a quella scena (che si, è da “Oh My God”, però per come si sviluppa è anche abbastanza telefonata).

Non un capolavoro del genere, ma un buon film, soprattutto se lo confrontiamo con le ultime uscite horror mega-sponsorizzate che poi si rivelano delle cagate mostruose.

6 passi nel giallo – Presagi


E’ iniziato mercoledì 22 Febbraio questo ciclo di film gialli/thriller che andrà in onda su Canale 5 ogni mercoledì alle 21. Il promo mandato in onda promette brividi e grandi nomi della regia del mistero italiana, quali Lamberto Bava e il figlio Roy, a fare da regia a questi sei film, slegati l’uno dall’altro, che andranno in onda. Il primo di questi film è “Presagi”, con Andrea Osvart, Craig Bierko e Alessandro Riceci. Inutile dire che di questi tre non ne conosco neanche uno.

La bambina "protagonista" del primo film del ciclo.

La trama in breve: Annalisa Dossi (Andrea Osvart) è proprietaria di un bar a Malta. Ha perso il marito tre anni prima e vive con la figlia Margherita. Annalisa ha spesso dei sogni o delle visioni che le prevedono eventi futuri. In uno di questi sogni vede una bambina in fuga che viene inseguita da un uomo in nero, che presto si trasforma in una pantera. La donna avverte la polizia ma non viene creduta. In realtà, invece, è appena scomparsa una bambina che è molto simile a quella del sogno. L’unico a crederle è il detective Harry Chase, ex agente dell’FBI, che inizierà ad indagare basandosi sulle sue visioni.

Diciamo che il film, per quanto riguarda la trama, la fotografia ben curata (soprattutto nelle scene dei sogni), il film regge. E’ un discreto film giallo adatto per il pubblico televisivo che non si vuole impegnare troppo. Peccato per gli attori e per i doppiatori (il film è stato girato tutto in inglese). Se da un certo punto di vista gli attori sono molto anonimi, l’espressività del volto è quasi nulla, mantengono sempre la stessa faccia per tutto i film nelle situazioni più disparate, il vero duro colpo inferto alla buona riuscita del film è stato il doppiaggio. Recitato malissimo, senza alcun tipo di coinvolgimento e recitato in maniera pessima durante tutte le scene di tensione (anche se poche).

Insomma, questi grandi nomi del grande cinema giallo promesso mi hanno deluso in questa prima puntata. E’ ovvio che se i doppiatori rimarranno grosso modo gli stessi per tutto il resto del ciclo questi film che andranno in onda non potranno di certo funzionare. Potrei dare una nuova possibilità guardando il prossimo film “Sotto protezione”, ma le premesse, visto come è stato trattato il primo film, non mi affascinano per niente.

Supernatural – L’evoluzione


Negli ultimi post mi sono sempre dedicato a scrivere qualcosina sulle serie nuove, quelle appena uscite che fanno più o meno successo in America. In questo articolo invece cercherò di rappresentare, in maniera più o meno personale, come una serie di buon successo, che ha ormai sette anni, si sia evoluta nel tempo e durante le sei stagioni e mezzo che sono finora andate in onda.

Sam e Dean agli inizi… Sam è diventato quasi un’altra persona!

Come chi l’ha vista sa bene tutto inizia il 2 Novembre del 1983, quando Mary Winchester muore per mano di un demone che incendia la loro casa. Da quel momento il marito John decide di vendicarla, addestrando i suoi stessi figli alla vita da cacciatori di demoni, mostri e varie ed eventuali, con l’obiettivo di trovare quel demone che uccise la moglie. Ventidue anni dopo, John scompare misteriosamente e Dean decide di andare a cercare Sam all’università di Stanford per chiedergli un aiuto nelle ricerche. Inizialmente riluttante, Sam decide di seguire Dean, dopo che la sua ragazza viene uccisa dalle stesso demone che ventidue anni prima gli portò via la madre. La prima e la seconda stagione si occupano fondamentalmente delle ricerche di questo demone, Azazel, che ha sparso in giro per il mondo il suo sangue, facendolo bere ai bambini nel giorno del compimento del loro sesto mese ed uccidendo le loro madri. Ovviamente Sam è tra questi.

Con una prima stagione dalla forte verticalità (le puntate sono molto divise l’una dall’altra e sembra che la trama reale dell’intera serie non interessi) sono state create una seconda stagione che pur mantenendo una gran componente verticale (il demone/mostro di settimana c’è sempre) vuole comunque tenere ben chiaro quale sia l’obiettivo, senza mai farcelo dimenticare. Ed è dalla seconda stagione che iniziano anche le grandi citazioni o rivisitazioni bibliche. Infatti Dean, per resuscitare Sam ucciso da uno dei mostri creati da Azazel, sigla un patto con un demone, che in cambio gli chiede la sua vita esattamente un anno dopo.

Ed è così che si è creata una grande trama orizzontale per la terza stagione. Un piccolo escamotage, come l’uccisione di uno dei due fratelli, crea le premesse per la terza, ma perchè no anche per la quarta e la quinta stagione, le tre meglio riuscite sicuramente. Mentre nella terza si cerca una via per salvare Dean da morte certa conosciamo il demone Lilith, che ci accompagnerà per due stagioni, così come Ruby, anche lei demone che cercherà l’amicizia dei due fratelli. Ma come ormai sappiamo, i demoni mentono, è nel loro “DNA” e forse l’amicizia di Ruby non era la più giusta.

Ecco i due corpi (molto molto sexy), di cui si è impossessata Ruby!

Dicevo, la terza, la quarta e la quinta stagione sono quelle più riuscite. Alla fine della terza non si riesce a salvare Dean dal patto col demone. Risultato: un’altra resurrezione, preparata per la prima puntata della stagione successiva, per mano di Castiel, un Angelo mandato da Dio. Ecco è in questa stagione che i due fratelli scoprono che oltre a qualcosa sotto di loro (l’Inferno), c’è anche qualcosa al di sopra, il posto in cui vivono Angeli e Arcangeli. Ed è nella terza stagione che ci viene introdotta la trama per l’Apocalisse, che si verificherà se Lilith riuscirà ad aprire i 66 sigilli necessari per aprire la gabbia di Lucifero. I nostri eroi però non sanno che il loro maggiore nemico, proprio Lilith, è l’ultimo sigillo e che quando verrà ucciso, le porte dell’Inferno si apriranno, mettendo Sam e Dean davanti al loro destino. Ebbene si, Lucifero vs Michele, per i quali i due dovranno essere il tramite terreno. Sam sarà il tramite di Lucifero, mentre Dean è destinato ad essere quello di Michele. Qui scopriamo anche che tutto era stato preparato a puntino, già da Azazel il 2 Novembre del 1983, rendendo Sam l’unico uomo al mondo in grado di fare da tramite per Lucifero.

Castiel col suo impermeabile da esibizionista!

Mentre entrambi non vogliono adempiere al loro destino, si dovrà arrivare ad una conclusione in qualche modo, e mentre Sam accetta di fare da tramite a Lucifero, Dean non accetta di farlo per Michele e così, scoperto un modo per riaprire la gabbia, Sam/Lucifero si getta all’interno di essa assieme al nuovo tramite di Michele, ponendo probabilmente fine ad un’era. Infatti, non c’è modo per liberare Sam da laggiù.

Ma, ecco, sorpresa delle sorprese, all’inizio della sesta stagione Sam ritorna. Senza anima. Si perchè con l’anima sarebbe stato tutto troppo difficile, sopportare tutto ciò che aveva visto Sam durante lo scontro epocale tra Lucifero e Michele all’interno della gabbia. Ma Sam ha bisogno della sua anima e allora “Morte” (uno dei cavalieri dell’Apocalisse) decide di costruire una barriera all’interno del suo cervello, che non gli permetta di “ricordare”. Una sesta stagione che è sicuramente la meno riuscita di tutte. Un mischione tremendo in cui non si capisce bene, se non proprio nelle ultime puntate, dove si voglia andare a parare. Eh si, perchè Castiel, ormai corrotto dal demone Crowley (che è diventato il nuovo padrone dell’Inferno dopo la dipartita di Lucifero), decide di conquistare il Purgatorio (abbiamo conosciuto l’Inferno, il Paradiso, una qualche citazione del Purgatorio ci stava anche) per impossessarsi di tutte le anime che vi abitano e diventare il nuovo “Dio”. In questa serie si torna alla verticalità vertiginosa, puntate e storie di due/tre puntate fini a sè stesse, in cui solo il finale, indegno per quello che poteva diventare, ma recuperato alla grande a inizio settima stagione, riesce a dirci qualcosa di utile.

Il primo corpo di cui si è impossessato Lucifero ed anche il corpo che vede Sam nel suo delirio post-gabbia!

La storia Castiel-Dio infatti non può durare a lungo. Il corpo di un semplice angelo non può contenere tante anime così potenti, tra cui spiccano tutte le anime dei Leviatani (altra bella citazione biblica) che prima o poi avranno il sopravvento su di lui e inizieranno a terrorizzare il mondo. Ora. La settima stagione per come viene presentato il cattivo di turno, per come Sam sia in preda alla pazzia dovuta all’abbattimento della barriera del suo cervello, era iniziata molto bene. Ma piano piano la storia di Lucifero viene accantonata (e ripresa solamente molto bene nell’ultima puntata prima della pausa) e i Leviatani fanno vittime per tutta la prima parte di stagione e sono al centro dei pensieri dei due fratelli, per poi sparire inspiegabilmente (a memoria saranno cinque o sei puntate che non se ne parla) in maniera poco poco credibile, sperando che venga ripresa fin da subito quando, tra tre settimane la serie ricomincerà.

Allora, io amo questa serie. E’ chiaro che sia calata, il calo, dopo sette stagioni è anche fisiologico. L’importante è che la storia non scada mai nel ridicolo, abbandonando mostri e quant’altro per creare solo puntate fini a se stesse. Speriamo si riprenda bene in queste prossime puntate finali di questa settima serie, perchè sarebbe un peccato lasciarla morire così.

La nuova piega di Once Upon a Time


Negli ultimi tre episodi di Once Upon a Time (“C’era una volta” in Italia), la serie ha preso una piega ben precisa, cercando di focalizzare maggiormente l’attenzione sul singolo episodio piuttosto che sulla trama orizzontale dell’intera serie. Ed ecco che così ci vengono presentati dei personaggi secondari che entrano nella storia dandole un significato ben preciso.

Il primo personaggio, nell’episodio Fruit of the Poisonous Tree, che ci viene presentato è il Genio di Agrabah o Genio della Lampada che dir si voglia, che nella realtà fiabesca poi, con un colpo di genio degliautori, è diventato lo Specchio Magico della Regina. Secondo me dei tre personaggi che ci vengono presentati è stato il migliore. Innamorato della Regina a tal punto da tradire il Re (l’uomo che tra l’altro ha desiderato la sua libertà dalla schiavitù della Lampada) nel mondo delle fiabe, subdolo e calcolatore nella realtà di Storybrooke.

I secondi personaggi, nella puntata di San Valentino, sono la Bella e la Bestia. Belle, interpretata dalla magnifica Emily de Ravin (che visto il finale di puntata, se dovesse tornare come personaggio fisso della serie non potrei che esserne contento… Adoro quell’attrice dall’interpretazione di Claire in Lost) e la Bestia che in realtà non è il mostro famoso della fiaba ma è Tremotino. La storia della puntata è un po’ fine a se stessa, non fosse per l’ufficiale rivelazione che Mr Gold nella realtà di Storybrooke sa di essere stato Tremotino. Non che fosse un mistero, l’avevamo capito tutti, però è sempre bene che ce lo dicano chiaramente. La storia è stata fatta molto bene, non si discosta quasi per niente dalla vera fiaba, è stata fatta più che altro per creare qualcosa di carino per San Valentino.

E l’ultima puntata è invece quella che ci ha dato qualcosa in più sul futuro. La puntata racconta la storia della promessa sposa del Principe Azzurro (che a Storybrooke è sua moglie) e del suo amato Frederick, trasformatosi in una statua d’oro per aver toccato il padre di lei, Re Mida e tanto di comparsa di una Sirenetta assassina, che si trasforma nei desideri più reconditi degli uomini che le vanno a fare visita. In tutto questo ci viene fatto vedere nella realtà di Storybrooke come il Principe Azzurro tenti di fare andare avanti la propria storia con Mary Margareth nonostante la presenza della moglie.

E, dopo aver accantonato per qualche puntata il fatto più strano accaduto nella serie, si è ritornati a parlare, seppur molto vagamente, dello strano figuro che è riuscito a entrare a Storybrooke!

Awake


Il primo di Marzo uscirà una nuova serie televisiva, targata NBC, intitolata Awake. Ovviamente come accade molte volte il primo episodio della serie è trapelato e ci è arrivato un pre-air dell’episodio pilota.

La serie parla del detective della polizia Michael Britten che, dopo un’incidente stradale in cui sono coinvolti anche la moglie e il figlio, vive in due realtà parallele: una in cui è morto il figlio, l’altra in cui è morta la moglie. Michael farà così in modo di vivere una sorta di doppia vita, portandosi i problemi dell’una e dell’altra realtà sempre con sè, il tutto continuando a risolvere i casi che si presentano alla polizia.

Ho appena visto il pre-air e posso dire che mi è abbastanza piaciuto. Il tema trattato è stato visto molte volte in molte salse differenti, ma in questo caso ha una visione un po’ più originale secondo me. Il regista della serie vuole farci capire bene quali siano le due realtà e da cosa siano contraddistinte. Esempi lampanti sono gli elastici che Michael porta al braccio: uno è verde e viene indossato nella realtà in cui è vivo il figlio, l’altro è rosso, indossato nella realtà in cui vive la moglie. Altro esempio è la colorazione di fondo e le tinte del paesaggio: tonalità che danno sull’azzurro dove è vivo il figlio, giallo/rossastro dove è viva la moglie.

Importanti figure sono i due psicanalisti di Michael. Entrambi che tentano di convincerlo che la realtà sia una sola e che l’altra sia un sogno, ma lui è cosciente di essere sveglio in entrambe le realtà (oppure di non capire quando è sveglio o quando sta”dormendo”). Più che altro gli psicanalisti non servono a lui, che è convinto e vuole continuare a vivere la doppia vita, ma servono a noi spettatori, che potremmo rimanere confusi dalle due realtà.

Attendo con dovuta impazienza l’inizio ufficiale della serie, che sono sicuro ci regalerà qualche bel momento televisivo, sperando che gli autori abbiano deciso di trattare la trama con le dovute “pinze”, perchè sì, è potenzialmente molto interessante, tanto quanto potrebbe potenzialmente trasformarsi in una panzana bestiale.

The Next Three Days


Visto l’altra sera questo film del 2010 con Russel Crowe, anche lui non poteva esimersi dal mio personalissimo commento.

La trama in breve: Lara Brennan viene accusata di omicidio e incarcerata. Il marito John Brennan è convintissimo che sua moglie sia innocente per cui decide di fare di tutto pur di liberarla di prigione. Dopo aver fallito i vari tentativi di ricorrere in appello e dopo un tentativo di suicidio da parte della donna sventato dalle guardie carcerarie, decide per il gesto estremo: pianificare un’evasione.

Il film rispecchia molto bene le sensazioni che prova la famiglia della donna, composta dal marito John e dal figlio George, nell’affrontare l’accaduto. Tutti credono ovviamente che la donna è innocente e grazie a questo anche lo spettatore si identifica nella condizione tanto da giustificare l’evasione. Nonostante tutto questo trovo che il film abbia avuto veramente poco da dire. Russel Crowe, di cui adoro molti film, offre una prova abbastanza anonima, di certo non alla sua altezza. E, tra parentesi, Luca Ward, bravissimo e storico doppiatore dell’attore, quando parla a bassa voce lo odio perchè non si capisce niente di quello che dice.

La trama mi sembra piuttosto sempliciotta, ok che quello dell’evasione e dei casi in cui qualcuno è accusato ingiustamente sono utilizzati e riutilizzati nel cinema, ma questo non aggiunge assolutamente niente di nuovo. Il finale del film poi è abbastanza scontato e non ti lascia alcuno spunto successivo.

Birdsong


Ormai sono molti anni che la BBC ci regala dei grandi sceneggiati televisivi sui grandi romanzi della letteratura inglese. Grandi esempi sono “Orgoglio e Pregiudizio”, “Cime Tempestose”, fino ad arrivare al più recente “Great Expectations” (di questo ne sono stati fatti molti). Stavolta è toccato a “Birdsong” di Sebastian Faulks. Mi esprimo sullo sceneggiato senza aver letto il libro e posso dire che funziona.

Il film esplora su due storie parallele la storia d’amore tra Stephen Wraysfrod, ospite in casa Azaire in Francia, con Isabelle, sposata con il padrone di casa, e la vita in trincea durante la Prima Guerra Mondiale, per la quale Wraysfrod è tenente. Quindi, mentre da una parte vediamo il corteggiamento, l’innamoramento tra i due e la fuga da casa Azaire, dall’altra vediamo un personaggio molto duro, arido, quasi senza emozioni. Sappiamo però che la sua durezza d’animo è dovuta sia ai grandi dolori provocati dalla lunga guerra in trincea, sia alla lontanaza del protagonista dal suo amore, dal quale non sa nemmeno se riuscirà a tornare.

Lo sceneggiato è caratterizzato da ritmi molto lenti, l’obiettivo è proprio quello di farci vedere le varie fasi dell’evoluzione delle emozioni dei protagonisti. Mentre nella parte della storia d’amore molto è giocato sugli sguardi tra i due, durante le scene che ritraggono la guerra moltissimi sono i primi piani, che lasciano trasparire un indurimento sempre più forte.

Il cast è di alto livello, per essere una produzione televisiva. Vediamo Eddie Redmayne nei panni del tenente Wraysfrod (l’abbiamo già visto nei panni di Jack nel grandissimo “I Pilastri della Terra”), Clémence Poésy nel ruolo di Isabelle (già vista in “Harry Potter e il calice di fuoco”) e Matthew Goode nel ruolo del Capitan Grey. Tutti e tre si comportano egregiamente per tutta la durata dello sceneggiato (due puntate da un’ora e venti ciascuno) senza lasciar trasparire cali nè falle nella trama.

Nosferatu – Il Vampiro


Dopo tutto era un film che, arrivato a 21 anni, non potevo evitare di vedere. Appassionato di cinema e soprattutto di cinema horror quale sono, ancora più in specifico di vampiri, la visione di questo vero capostipite e pioniere del genere non potevo rimandarla ulteriormente. Murnau riesce a creare, con i pochissimi strumenti disponibili all’epoca (parliamo del 1922) un film che rimarrà, anche per puro caso, nell’immaginario collettivo e vi rimane tuttora.

Per puro caso, perchè? Come sapete il film è “liberamente” ispirato al romanzo “Dracula” di Bram Stoker. Liberamente mica tanto, è una vera e propria trasposizione, solo che per motivi dovuti ai diritti d’autore Murnau ha dovuto modificare i nomi dei personaggi. Così il conte Dracula diventa Orlok, Peter Hawkins diventa Thomas Hutter e Mina diventa Ellen. Ma ciò ovviamente non bastò, infatti la vedova di Bram Stoker intentò una causa per violazione dei diritti d’autore, la vinse, e il tribunale ordinò che tutte le pellicole esistenti del film venissero bruciate. Se ne salvò clandestinamente una, quella destinata ad arrivare fino ai giorni nostri. Ribadisco, per fortuna.

Cimentarsi con un film del genere dunque non è certo una cosa facile. E’ stata anche la prima volta in cui mi sono cimentato con il cinema muto in cui è solo la colonna sonora a farla da padrone. Colonna sonora, appunto. Composta probabilmente con un solo pianoforte, molto ripetitiva (in un’ora di pellicola saranno probabilmente quattro o cinque le musiche che si ripetono ciclicamente) che ti dà anche molta molta angoscia.

E poi c’è Nosferatu, interpretato da Max Shreck, il bruttissimo conte Orlok. Molto belle e suggestive sono le inquadrature in cui lui è protagonista, dal momento in cui si solleva dalla bara, alla famosissima ombra sul muro, per la quale il protagonista non viene appositamente inquadrato, per dare l’illusione che ci sia solamente un’ombra senza corpo che la determini.

Molte sono le leggende che si sono formate intorno alla realizzazione del film. Dall’ipotesi secondo cui Murnau si fosse recato nei Carpazi prima di girare il film per cercare un vero vampiro per interpretare Orlok, al fatto che dietro le vesti del conte Orlok in realtà si celasse lo stesso Murnau, fino ad arrivare ad un film girato nel 2000 che cavalca l’ipotesi secondo cui lo stesso Max Shreck fosse un vero vampiro.

Insomma un film leggendario, che deve molto del suo successo anche a questo, oltre appunto alla miriade di immagini che ormai sono diventate di culto tra gli appassionati.

Giustizia Privata


Clyde Sheldon, ex ingegnere per il governo americano, decide di licenziarsi e di passare il suo tempo con la famiglia. Proposito che viene distrutto da due criminali che, dopo aver fatto irruzione in casa sua, uccidono e violentano la moglie e la figlia. Al processo il procuratore Nick Rice decide di patteggiare per vincere la causa, ottenendo la condanna a morte per solo uno dei due criminali. Dieci anni dopo, il giorno dell’esecuzione, il condannato muore dopo una lunga sofferenza (l’iniezione letale dovrebbe essere indolore) e Darby, l’altro criminale ormai libero, viene fatto a pezzi dallo stesso Clyde. Arrestatolo, inizia una lunga catena di omicidi, esplosioni e attentati contro le autorità del paese, compreso il procuratore Nick Rice (principale obiettivo di Clyde) , con l’intento di vendicare la morte della moglie e della figlia.

Un thriller ben riuscito, senza infamia e senza lode. Gerald Butler interpreta molto bene lo spietato, ma sofferente, vendicatore, ingegnere di un’intelligenza e una capacità sopraffine nel pianificare ogni sua mossa. Se la macellazione dei vari obiettivi a me interessa relativamente, molto ma molto bello è il dualismo Clyde/Nick, interpretato da Jamie Foxx, che tirano fuori i dialoghi più belli e importanti del film, che lasciano comunque ad una riflessione abbastanza scontata visto il tema trattato.