Drinking Buddies


USA 2013
Titolo Originale: Drinking Buddies
Regia: Joe Swanberg
Sceneggiatura: Joe Swanberg
Cast: Olivia Wilde, Jake Johnson, Anna Kendrick, Ron Livingston, Ti West
Durata: 95 minuti
Genere: Commedia

La trama in breve: Luke e Kate sono due grandi amici che lavorano in un birrificio. Tra i due sembra esserci una fortissima intesa, ma entrambi sono impegnati. I problemi per i due iniziano quando entrano in gioco i rispettivi fidanzati.

Continuerò a ripeterlo all’infinito: non amo particolarmente le commedie romantiche o le romcom come le si vogliano chiamare, tanto la sostanza non cambia. Generalmente le trovo adattissime a un pubblico da cui io tendo a tirarmene fuori quasi completamente. Ovviamente a questa regola ci sono delle eccezioni come il monumentale “Il lato positivo” o il megacult “Harry ti presento Sally”.

Visto che questa oltre che essere una commedia romantica è una commedia in cui i due protagonisti condividono bevute di buona birra, diciamo che potrebbe anche piacermi, invece alla fine della visione sono rimasto un po’, come dire, indifferente.La commedia è basata più che altro sui dialoghi tra i protagonisti, con i bravi Jake Johnson ed Olivia Wilde a farla da padroni e con Anna Kendrick e Ron Livingston a fare quasi da comprimari.

E in tutti questi dialoghi, sia chiaro, ben orchestrati, ben scritti e ben girati dal regista e sceneggiatore Joe Swanberg, non sono riuscito a trovare quel qualcosa che mi facesse apprezzare appieno questa pellicola: non ci ho trovato niente di brutto, nè tanto meno niente di così eclatante da farmi dire “che bel film”.

Voto: 6

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Rush


USA 2013
Titolo Originale: Rush
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Peter Morgan
Cast: Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino, Natalie Dormer
Durata: 123 minuti
Genere: Sportivo, Drammatico

La trama in breve: Il film racconta la rivalità sportiva tra i due campioni di Formula 1 James Hunt e Niki Lauda, concentrandosi prevalentemente sul campionato mondiale del 1976.

Quando ci sono degli eventi che non ti aspetti mai che possano accadere, coloro che sono gli artefici dell’accaduto meritano un elogio, oppure di venire sprangati sui denti. Quale sarà la sorte che toccherà a Ron Howard e al suo film di cui sto parlando?

Prima però devo introdurvi l’evento che non mi aspettavo accadesse: io odio la Formula 1, lo trovo uno sport talmente noioso e confinato ai tatticismi, uno sport in cui attualmente vince chi si ferma nel momento giusto, il che per uno sport in cui bisogna premere sull’acceleratore è una madornale contraddizione. L’evento è convincermi a guardare un film sulla Formula 1. Ovviamente un’altra Formula 1, quella di poco meno di 40 anni fa, se facessero un film su Michael Schumacher, per quanto sia stato un grande campione, mai e poi mai penserei di guardarlo.

Detto questo il film riesce ad arrivare a qualsiasi tipo di pubblico, è uno dei grandi meriti di quasi tutti i film di Ron Howard, oltre al fatto che il Ricky Cunningham di “Happy Days” si sceglie sempre i film giusti con cui guadagnare un bel po’ di soldoni e arruffianarsi una buonissima fetta di pubblico, quali ad esempio i due film tratti dai romanzi di Dan Brown, “Apollo 13”, “Cinderella Man” e potrei citarne tanti altri. Tutti film, tra le altre cose, che mi piacciono particolarmente.

Ron Howard fondamentalmente è un ruffiano, un lecchino, eppure riesce con i suoi film sia ad emozionarmi, sia a creare della tensione, sia a tracciare dei ritratti dei suoi personaggi che non sono per nulla stereotipati, come in questa pellicola, con un Niki Lauda capace di attirare su di sè la voglia di tirargli dei calci sui denti proprio come si dice che fosse il suo carattere e con un James Hunt che con il suo carisma e la sua spericolatezza riesce ad attirare su di sè il consenso delle persone.

Le gare, il campionato che il film vuole raccontare, sono un contorno secondo me. Il suo punto di forza sono i due personaggi principali, mentre le scene d’azione (le gare) sono quasi un riempitivo ben realizzato. E nel finale si evince uno dei grandissimi difetti del regista. L’ho già detto, Ron Howard è un grandissimo ruffiano e il finale è ruffianissimo come accade in moltissimi altri suoi film, con il tentativo, riuscito (e purtroppo è per questo che molti suoi film ruffiani mi fanno impazzire), di creare un’emozione facile ed immediata.

Ron Howard è riuscito a farmi amare un film sulla Formula 1. Impresa complicatissima. Ma si sa, Ron Howard è un ruffiano ed io ci sono cascato un’altra volta.

Voto: 8

The O.C. – Stagione 2


The O.C.
(serie tv, stagione 2)
Episodi: 24
Rete Americana: FOX
Rete Italiana: Italia 1, Mediaset Premium
Creatore: Josh Schwartz
Cast: Peter Gallagher, Kelly Rowan, Ben McKenzie, Mischa Barton, Adam Brody, Rachel Bilson, Melinda Clarke, Alan Dale, Olivia Wilde, Michael Cassidy, Shannon Lucio, Billy Campbell, Johnny Messner, Logan Marshall Green, Kim Delaney
Genere: Drama

La trama in breve: Dopo la fuga di Seth da Newport e il trasferimento di Ryan a Chino con Theresa, Marissa è riuscita a farsi una nuova vita fidanzandosi con il giardiniere, ma senza mai dimenticare Ryan, e Summer si è fidanzata con Zach, giocatore di pallanuoto. Sandy e Kirsten vivono una profonda crisi coniugale dovuta alla fuga di Seth. Dopo che Sandy riesce a riportare a casa sia Seth sia Ryan, i due dovranno affrontare i problemi derivati dalla loro fuga e ricatapultarsi nella realtà di O.C.

Prosegue il rewatch di questa splendida serie con la visione della sua seconda stagione, che, molto stranamente rispetto agli standard dei drama americani, riesce a mantenere altissimo l’interesse verso i suoi personaggi e verso le sue storie. Anzi, ogni personaggio acquista uno spessore molto più marcato e probabilmente è proprio grazie a questa seconda stagione che l’affetto verso le sue storie cresce (per poi, purtroppo, sbroccare completamente nel corso della terza stagione, proprio nel periodo di sua massima fioritura).

Oltre a continuare le infinite telenovele tra le coppie clou della serie quali sono Ryan-Marissa, Seth-Summer e Sandy-Kirsten, ognuna resa in una maniera per nulla pesante e a tratti divertente, veniamo a conoscenza di retroscena sulla vita di molti personaggi della serie, su tutti Julie Cooper. Ovviamente non manca qualche possibile incongruenza o qualche cosetta campata in aria (ad esempio, perchè Caleb passa dall’indifferenza totale verso Ryan ad un odio viscerale non lo si capisce proprio, non essendoci nessun motivo scatenante all’interno della serie) ma la capacità di intrattenimento rimane alle stelle.

Anche il finale di questa seconda stagione si discosta molto dallo stile del finale della prima: mentre la puntata finale della prima stagione avrebbe tranquillamente potuto funzionare come finale di serie, con malinconia, abbandoni vari e comunque molte delle storie raccontate messe a posto, nel finale della seconda stagione si punta di più alla tensione, con situazioni non risolte e molte cose lasciate in sospeso. Da qui in poi la serie calerà per poi arrivare ad un finale di serie con la quarta stagione molto molto bello. Questo è l’apice di O.C.. Alla prossima recensione!

Episodio preferito: Episodio 23 – Guerre Stellari
Voto: 9+

In Time


La Locandina del film, con Justin Timberlake e Amanda Seyfried

Uscito da poco nelle sale cinematografiche italiane, io lo avevo accolto con un commentino su Facebook in cui affermavo che per quanto la trama fosse interessante, un film con Justin Timberlake puzzasse di merda da lontano un miglio. Alcuni amici, in particolare uno, hanno commentato consigliandomi Alpha Dog. Ovviamente non ho visto Alpha Dog ma In Time, semplicemente perchè è nuovo, molto pubblicizzato e il tema è molto interessante.

La trama in breve: in un futuro prossimo (circa alla fine del XXI secolo) il progresso e le scoperte scientifiche hanno portato alla conquista di una sorta di immortalità. Infatti le persone sono programmate geneticamente per raggiungere il venticinquesimo anno di età, dopo il quale hanno soltanto un altro anno di vita. Per continuare a vivere devono acquistare il tempo, che è diventata la moneta con cui la gente viene pagata del proprio lavoro ed anche la moneta con cui la gente paga per l’acquisizione di beni e servizi. Il nostro protagonista, Will Salas, vive nella zona 12, la zona più povera, in cui la gente vive letteralmente alla giornata, guadagnandosi all’incirca un giorno di vita per ogni giorno di lavoro. Will viene accusato di avere ucciso un uomo e di avergli rubato oltre un secolo di vita, così è costretto alla fuga e a mettere in atto un piano per “riabilitare” la zona 12.

Will e Sylvia in fuga

Non ho mai guardato molti film di fantascienza. Molti di quelli che ho guardato però, rischiano di far cadere il reale tema che trattano facendo diventare l’intera pellicola un film d’azione, con qualche particolarità aggiuntiva. Secondo me ci cade anche In Time. Come detto, il tema molto molto interessante. L’immortalità, la sua ricerca, il controllo delle vite umane decidendo già alla nascita quanto dovranno vivere. Temi che questo film poteva trattare e che vengono sviluppati solamente in minima parte.

Se prima però questo film mi puzzava di merda da lontano un miglio, guardandolo ne sono comunque rimasto coinvolto. Nonostante deluda le mie aspettative su tutti i temi che un film del genere potrebbe trattare, ma che vengono banalizzati in un semplice film d’azione, l’intero risultato si lascia guardare.

La mamma di WIll Salas

La protagonista femminile, Amanda Seyfried, non mi è particolarmente piaciuta. Mi è sembrata molto anonima. Diciamo che con l’equivoco iniziale Olivia Wilde madre di Justin Timberlake, forse se avessero scambiato i ruoli delle due attrici il risultato sarebbe stato migliore.

Piccola apparizione anche per l’idolissimo Johnny Galecki, l’attore che interpreta Leonard in “The Big Bang Theory”.