American Horror Story: Asylum – Season Finale: “Madness Ends”


Chiuso l’anno scorso il capitolo della casa abitata dalla famiglia Harmon (e da tutti i precedenti proprietari che sono morti lì dentro), ecco che Ryan Murphy e la sua ciurma decidono di fare un bel reset e di proporre nella seconda stagione una storia… da matti!!! Ambientata nel manicomio Briarcliff, gestito da Suor Jude e Suor Mary Eunice, all’interno del quale accadono cose cruente e al di fuori della logica umana, nel quale tra le altre cose vive uno spietato serial killer, Bloody Face.

Ogni puntata della serie inizia così. Nella prima puntata della prima stagione ricordo che solo la sigla mi mise un’ansia incredibile. Questa se si può, è ancora peggio.

Confermati molti dei membri del cast della prima stagione, quelli che più di altri avevano contribuito a rendere la prima stagione qualcosa di veramente grande e monumentale. Jessica Lange interpreta Suor Jude, Dylan McDermott interpreta il Bloody Face dei nostri giorni, Zachary Quinto uno psichiatra giudiziario psicopatico, Sarah Paulson (che nella prima serie aveva avuto un ruolo abbastanza piccolo) una giornalista omosessuale e Evan Peters. Con la illustre aggiunta di James Cromwell nei panni del dottor Arden, della bravissima Lily Rabe nei panni dell’idolesca Suor Mary Eunice e del pessimo Joseph Fiennes (ricordate FlashForward?) nei panni del Monsignor Howard.

In questa seconda storia dell’orrore firmata Ryan Murphy ne abbiamo viste di ogni. Il Demonio, gli alieni, il serial killer, gli esperimenti sugli umani, il tutto confezionato in una maniera di livello molto molto alto e soprattutto grazie a delle interpretazioni sopra le righe. Da elogiare in maniera particolare la solita, immensa, Jessica Lange e la mezza sorpresa Sarah Paulson. Da mandare a fare un lavoro molto molto pesante, di quelli che fanno venire il mal di schiena, Joseph Fiennes, che ha questa capacità di fare una ed una sola espressione in qualsiasi situazione si trovi il suo personaggio. La sua espressione è qualcosa di molto simile a questa faccina interello.

Per il resto, secondo me, la stagione è partita a razzo nelle prime puntate. E’ già ora un cult, è destinata a diventarlo ancora di più in un futuro spero molto avanzato quando la serie chiuderà. Ma ho trovato che la scelta di inserire tante, veramente troppe cose all’interno della trama alla fine della serie ha lasciato un po’ le cose troppo in sospeso. La puntata finale è stata sì intensa ma molte delle sottotrame sembrano essere state chiuse un po’ alla rinfusa e perchè appunto andavano chiuse, senza riuscire a rendere bene la cosa.

Voto alla seconda stagione: 8
Voto al finale di stagione: 7,5

E ora, vorrei rendere omaggio a uno dei momenti più cult, senza senso, creepy e assurdi di questa stagione. Un momento veramente assolutamente geniale e sopra le righe. Gustatevelo TUTTO!

E sì che nella prima parte della stagione ci avevano martellato il cervello con questa canzoncina, rischiando di far sì che i pazzi diventassimo noi, non gli abitanti del manicomio.

Annunci

Fringe – Series Finale: “An Enemy of Fate”


E’ finita. Dopo cinque stagioni vissute tra alti e bassi, è finita una delle serie che all’epoca della prima stagione era riusciata ad entrarmi nel cuore e a crearmi una dipendenza quasi totale, diventanto uno dei miei telefilm cult. Dipendenza che si era un po’ affievolita già dalla seconda metà della terza stagione, tanto da far sì che io non seguissi la quarta settimana per settimana come ho sempre fatto, ma facendomela recuperare nel corso dell’estate. Ripercorriamo brevemente cosa questa serie sia riuscita a darmi nel corso delle cinque stagioni.

Prima Stagione

La prima stagione si può dire che è stata certamente una stagione di presentazione, in cui a prevalere erano le trame verticali dei singoli episodi, ma ci venivano date comunque pilloline riguardanti una possibile trama orizzontale, che in fin dei conti si è rivelata abbastanza interessante. Della prima stagione ho apprezzato moltissimo la componente fantascientifica, che spesso e volentieri veniva mischiata alla scienza vera e propria, attraverso digressioni sulla suggestione della mente e qualche accenno al concetto di universo parallelo, che poi diverrà parte fondante dell’intera serie televisiva.

Seconda Stagione

Fatti tutti i conti dopo aver visto l’episodio finale e l’intera quinta stagione, la seconda è stata senza ombra di dubbio la mia preferita. Il concetto di universo parallelo qui diventa definitivamente un qualcosa di fondamentale per lo sviluppo della trama, anche se fino all’episodio finale non avremo mai modo di vederlo per davvero nè tanto meno di vedere da chi è popolato. Interessantissimo l’ingresso dei mutaforma, che ci accompagneranno per buona parte dell’annata, facendo tra le altre cose morire uno dei personaggi più amati fino a quel momento, Charlie Francis. Vanta il finale di stagione più bello di tutte e cinque le stagioni andate in onda.

Terza stagione

Della terza stagione non ho particolarmente apprezzato la trama “a spezzatino”. Infatti, entrati completamente nell’universo alternativo, gli autori decidono per buona parte della stagione di regalarci un episodio nel nostro universo e un episodio nell’altro, distogliendo l’attenzione e spezzando un po’ il ritmo. Motivo principale del mio calo di interesse nella seconda parte.

Quarta Stagione

Avendola recuperata tutta d’un fiato, questa quarta stagione ho avuto comunque modo di apprezzarla, sicuramente di più di quanto abbia fatto nella terza. A causa dell’azzeramento temporale iniziano a diventare molto molto importanti le figure degli Osservatori, che in buona parte della serie finora erano stati sullo sfondo, intervenendo in rarissime occasioni. Stagione di transizione per poter creare una trama dignitosa per il finale.

Quinta Stagione

Allora diciamolo. A me questa quinta stagione è piaciuta, ma ha leggermente deluso. Fondamentalmente perchè ha snaturato e non poco quella che è ed è sempre stata la natura stessa di Fringe. E’ diventata più che altro una caccia al tesoro per riscoprire il piano creato da Walter per sconfiggere gli Osservatori e porre fine alla loro dittatura. Fringe, il vero Fringe, si vede forse solamente in qualche puntata, tra cui l’ultima.

Series Finale: “An Enemy of Fate”


Anche il finale, pur essendomi piaciuto, pur avendomi anche leggermente toccato nell’animo, mi ha leggermente deluso. Probabilmente, anzi, sicuramente, perchè il finale più ovvio per la vicenda. Molto belle le parti in cui viene messo in atto il piano. Assolutamente idolesco il personaggio di Michael, il bambino Osservatore che senza dire una parola riesce a rivelarsi forse forse come il personaggio più intrigante di tutti (anche perchè tutti gli altri già li conoscevamo, non è che avessero molto altro da dirci…).

Voto:

  • Prima Stagione: 8
  • Seconda Stagione: 8,5
  • Terza Stagione: 6,5
  • Quarta Stagione: 6,5
  • Quinta Stagione: 7
  • Series Finale: 6,5

1600 Penn


1600 Penn
(serie tv, stagione 1, ep. 1-2)
Rete Americana NBC
Creatore: Josh Gad, John Lovett
Cast: Josh Gad, Jenna Elfman, Martha MacIsaac, Andre Holland, Amara Miller, Benjamin Stockham, Bill Pullman
Genere: Sit-Com

La trama in breve: La serie tv segue le vicende della famiglia Gilchrist, ovvero la famiglia del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Io ho un rapporto di amore e odio con le sit-com. Nel senso che molte di quelle che inizio o alla fine si perdono nella banalità e nella ripetitività e non mi danno più quello che mi davano nelle prime puntate, oppure mi stufo proprio di vederle proprio perchè sono costruite in maniera molto esile.

Su questa nuova serie mi sono buttato a scatola chiusa, senza conoscere il cast, ma solo sapendo vagamente di cosa essa parlasse. Detto questo, nei primi due episodi andati in onda si vede una certa freschezza e una certa originalità nella creazione delle scene comiche. I personaggi sono esilaranti e abbastanza ben caratterizzati.

Nel cast figura la famosissima Jenna Elfman, nota soprattutto per il suo ruolo in “Dharma & Greg” (sit-com che non ho mai potuto sopportare in vita mia se devo essere sincero), e soprattutto il personaggio idolesco interpretato da Josh Gad, Skip, vero mattatore comico dell’intera compagnia, con la sua capacità di essere sempre fuori luogo e sempre stralunato.

Voto: 7

Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato


Nuova Zelanda, USA, Regno Unito 2012
Titolo Originale: The Hobbit – An Unexpected Journey
Regia: Peter Jackson
Cast: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Ken Stott, Graham McTavish, Aidan Turner, Dean O’Gorman, Mark Hadlow, Jed Brophy, Adam Brown, John Callen, Peter Hambleton, William Kircher, James Nesbitt, Stephen Hunter, Andy Serkis, Manu Bennett, Sylvester McCoy, Cate Blanchett, Hugo Weaving, Christopher Lee, Barry Humphries, Ian Holm, Lee Pace, Bret McKenzie, Elijah Wood
Genere: Fantasy

La trama in breve: Il film è tratto dal famoso libro di J.R. Tolkien “Lo Hobbit” e rappresenta la prima parte del romanzo, quella in cui Bilbo Baggins parte assieme alla compagnia dei nani, guidata da Thorin Scudodiquercia, intenzionati a riconquistare il regno un tempo appartenuto loro, ma ora in mano agli orchi.

Mi ricordo che, ormai 12 anni fa, quando uscì il primo capitolo de “Il Signore degli Anelli” lo accolsi tra i fischi (ero un pischello) essendo il genere fantasy un genere che mai mi aveva particolarmente entusiasmato. Questo pregiudizio riuscii a portarlo avanti fino a 5/6 anni fa, quando recuperai l’intera trilogia e ne rimasi estasiato. Ovvio, non ne sono diventato un cultore come molte delle persone che hanno guardato i tre film, ma posso certamente dire che mi è piaciuta.

Motivo per cui attendevo con una certa impazienza l’uscita di questo “Lo Hobbit” che ski può definire, forse impropriamente, una specie di prequel di quella trilogia (il libro, fu pubblicato prima quindi non è proprio corretto dire prequel, ma rende bene l’idea).

Il film posso dire che ha abbastanza rispettato le mie aspettative. Confronti del genere non si dovrebbero fare, ma alla fine vengono spontanei e non possono essere evitati. Per me inferiore a “Il Signore degli Anelli – La compagni dell’anello”, ma comunque una òproduzione molto molto valida, con personaggi ben costruiti e sviluppati (quelli che richiedono la presenza dell’attore in carne ed ossa) e disegnati benissimo quelli fantastici.

Difetto da sottolineare del film è che fatica abbastanza ad ingranare nella prima parte. Discorsi molto lunghi e soprattutto tirati per le lunghe (i discorsi lunghi non sono un male a priori, lo sono quelli allungati apposta), tanto che l’intervallo al cinema è arrivato puntuale nel mio momento di massima crisi.

Poi la seconda parte esplode letteralmente. Molte scene mi rimarranno impresse, ma ci tengo a sottolinearne due su tutte. La prima è la battaglia tra i giganti di pietra, realizzata oserei dire in maniera quasi realistica e assolutamente carica di tensione. La seconda è la scena con Gollum, già mio personaggio preferito per tutta la trilogia de “Il Signore degli Anelli”, che in questa pellicola assume caratteristiche abbastanza idolesche ai miei occhi.

Thorin, il vero combattente della storia, perde il confronto con il suo, ai miei occhi, alter ego dell’altra trilogia Aragorn. Molto meno carisma da parte sua rispetto a quello che fu il personaggio che mi fece veramente amare “Il Signore degli Anelli”

Voto: 7/8

The Hunt for Gollum – La caccia a Gollum


Visto che questa sera andrò (finalmente) a vedere “Lo Hobbit”, ho deciso di dedicare la serata di ieri a vedermi due prequel, fan-made, della trilogia de “Il Signore degli Anelli”, in attesa appunto di vedermi il film attesissimo di questa sera.
Di seguito la recensione del primo dei due prequel, intitolato “La caccia a Gollum”,

Gran Bretagna 2010
Titolo Originale: The Hunt for Gollum
Regia: Chris Bouchard
Cast: Adrian Webster, Patrick O’Connor, Arin Alldridge, Rita Ramnani, Christopher Dingli, Max Bracey
Genere: Fantasy

La trama in breve: Il film narra l’avventura di Aragorn alla ricerca di Gollum, un tempo proprietario dell’ Unico Anello, pregato da Gandalf di compiere un viaggio verso Est per le ricerche.

La storia che viene raccontata in questo mediometraggio fan-made basato su “Il Signore degli Anelli” si trova come appendice all’opera di Tolkien e proprio da queste note il regista ha deciso di trarre questo piccolo film.

Chiaramente dal punto di vista tecnico l’opera non è delle migliori, così come sia gli attori che i doppiatori italiani si vede che hanno delle basi di recitazione ma non hanno molta dimestichezza col mezzo. Altra cosa invece è il montaggio, abbastanza apprezzabile, con la presenza di alcune scene oniriche che contribuiscono molto bene nella creazione dell’atmosfera.

Aragorn unico protagonista della storia, che non viene sviluppata granchè bene, ma sempre di un’opera fan-made si tratta e non ci si può aspettare la perfezione. La resa di Gollum invece mi è parsa abbastanza riuscita, così come il suo doppiatore da elogiare. Apprezzabilissimo invece lo sforzo di regalare agli appassionati della trilogia di Tolkien un qualcosa da apprezzare al di fuori di essa.

Nel tardo pomeriggio in arrivo la recensione del secondo prequel fan-made “Born of Hope”

Voto: 6,5

Upside Down


Francia, Canada 2012
Titolo Originale: Upside Down
Regia: Juan Diego Solanas
Cast: Jim Sturgess, Kirsten Dunst, Timothy Spall
Genere: Fantascienza, Romantico

La trama in breve: In un pianeta a gravità doppia vivono due mondi contrapposti. Uno, il Mondo di Sotto, povero e alquanto disastrato, l’altro, il Mondo di Sopra, ricco ed industrializzato. Vi è anche un Mondo di Mezzo, una grandissima azienda che convoglia nello stesso edificio entrambi i mondi. Ogni contatto tra gli abitanti dei due mondi è severamente proibito dalla legge. In questo Universo si crea una storia d’amore tra due persone, appartenenti a due mondi diversi, ma che faranno di tutto per potersi ritrovare.

Nell’ultimo anno, come avete potuto capire dalla mia classifica dei migliori film del 2012, sono rimasto abbastanza estasiato da alcuni film di fantascienza che comunque mantenevano un interesse prevalente verso l’animo umano, volendoci raccontare più che una storia “fantascientifica”, una storia basata sui sentimenti e sulle emozioni provate dai personaggi, con la componente fantascientifica lasciata solo sullo sfondo.

Il film in questione si infila certamente in questo filone, creandone però una apprezzabile via di mezzo. Da una parte i due mondi sono ben sviluppati, si contrappongono e sono sicuramente una componente fondamentale della storia, dall’altra i due personaggi principali, Adam e Eden, vivono la loro storia, dando agli spettatori qualche patema.

Purtroppo il calo nel finale e la risoluzione del problema di fondo abbastanza sbrigativa lasciano un po’ con l’amaro in bocca per un film graficamente spettacolare, ma che a livello di trama avrebbe potuto regalare sicuramente qualcosa in più.

Voto: 6,5

House at the End of the Street


USA 2012
Titolo Originale: House at the End of the Street
Regia: Mark Tonderai
Cast: Jennifer Lawrence, Max Thieriot, Gil Bellows, Elisabeth Shue, Nolan Gerard Funk, James Thomas, Jonathan Malen, Allie MacDonald, Jon McLaren, Dylancey Morgan
Genere: Thriller

La trama in breve: Dopo essersi trasferita in una villetta in una piccola cittadina, Sarah e Elissa scoprono che i vecchi proprietari della casa in fondo alla via in cui abitano (quella di fronte a loro), sono stati uccisi dalla figlia poi scomparsa. Ora in quella casa vi abita Ryan, fratello dell’assassina e unico erede di tutti i beni dei genitori. Elissa inizierà una relazione con Ryan.

Purtroppo, sarò stupido io, non riesco proprio a capire cosa abbia questo film di così eclatante per essere stato tanto sponsorizzato. Ah sì, forse l’ho appena capito: Jennifer Lawrence, alla sua prima prova dopo il megasuccessone di “The Hunger Games” (che ho deciso che mi rivedrò, perchè non posso essere l’unico pirla a cui non è piaciuto), che fa focalizzare l’attenzione tutta su di sè. Tra le altre cose, questa tanto sponsorizzata Jennifer Lawrence, o le sono cresciute le guance in maniera esponenziale, oppure nel periodo tra i suoi deu film ha mangiato un bel po’ (il chè è strano perchè comunque fisicamente rimane una raggazzona assolutamente invidiabile. Le sono cresciute solo le guance…).

Detto questo, il film in questione c’è da dire che parte bene. Una buona tensione, non certo a dei livelli eclatanti, ma comunque un qualcosa che ti invoglia a guardare il film. Non illudetevi, questo buon inizio lascerà ben presto spazio alla noia, mettendosi in un limbo tra dialoghi un po’ troppo pomposi, scene che trasmettono poco o niente, ma soprattutto tensione che cala ai minimi termini se non per vederla risalire in un paio di scene. Colpo di scena finale, tra le altre cose, abbastanza telefonato. Non tanto perchè mi aspettassi che sarebbe andata a finire nel modo in cui finisce, quanto perchè è una cosa già vista in moltissime altre occasioni.

Dal punto di vista recitativo si vede che il film punta moltissimo sulla figura della Lawrence, per il resto il cast non è che si comporti granchè bene, ma d’altronde si parla sempre di un thrillerino che non ha molto da pretendere da se stesso. Tant’è che il coprotagonista della storia Max Theriot (visto in pochi filmetti in precedenza) non è assolutamente qualcosa di memorabile, per prenderne uno su tutti.

Voto: 5

Frankenweenie


USA 2012
Titolo Originale: Frankenweenie
Regia: Tim Burton
Doppiatori Originali: Charlie Tahan, Winona Ryder, Catherine O’Hara, Martin Short, Martin Landau, Atticus Shaffer, Robert Capron, Conchata Ferrell, James Hiroyuki Liao, Christopher Lee
Genere: Animazione

La trama in breve: Victor è un ragazzino appassionato di scienza e molto legato al suo cagnolino Sparky. Il giorno in cui Sparky muore, investito da un auto, decidere di mettere in pratica un insegnamento del suo professore di scienze, riportandolo in vita. Avendo però delle fattezze mostruoso, Victor sarà costretto a tenere Sparky nascosto da occhi indiscreti.

E io che pensavo che Tim Burton nell’ultimo periodo avesse sbroccato completamente. Dopo uno “Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street” così così, un “Alice in Wonderland” che mi era piacicchiato ma non mi aveva detto moltissimo e un pessimo “Dark Shadows” ecco che il suo ritorno con “Frankenweenie” riesce a sorprendermi.

Sia chiaro, non stiamo parlando certo del suo miglior film, ma comunque di una produzione valida in stile “Nightmare before Christmas” e “La sposa cadavere” (che anche quello non mi aveva convinto appieno, mentre il primo è assolutamente una delle sue migliori produzioni), che riesce prima a creare l’atmosfera giusta, grazie anche ad un ostentatissimo bianco e nero, poi a farti entrare nella storia grazie alla presenza di personaggi che si rifanno inequivocabilmente a grossi personaggi della storia del cinema.

E una delle cose che funziona meglio nel film è proprio il citazionismo: oltre all’ovvio parallelismo con Frankenstein (eh vabbeh, ho scoperto l’accqua calda… tra l’altro i nomi dei personaggi sono più o meno gli stessi della storia di Frankenstein) abbiamo Edgar che si rivela una buonissima parodia di Igor (o forse meglio Aigor?), Nassor che volutamente ricorda Lerch de “La famiglia Addams”, Toshiaki, un bambino cinese stereotipatissimo che mi ha strappato le migliori risate e scene, soprattutto nel finale, che ricordano gli storici “Gremlins”.

E tutto questo alla fine, come risultato, non appare pesante agli occhi degli spettatori (che poi “gli spettatori”, nel mio blog, sarei solo e solamente io). Anzi, è assolutamente coinvolgente e ben girato, sicuramente al di sopra degli standard a cui ci aveva abituato il buon Burton negli ultimi suoi film.

Voto: 7+

Weekend al Cinema! – 10.01.2013


Secondo weekend cinematografico del 2013, secondo weekend leggermente scialbo in quanto ad interesse suscitatomi dalle uscite proposte. Due film abbastanza interessanti (uno molto), una uscita alquanto odiosa e altre due che passeranno totalmente inosservate ai miei occhi, probabilmente.

Asterix e Obelix al servizio di sua maestà di Laurent Tirard.
Partiamo quest’oggi dall’uscita veramente odiosa di questa settimana. Allora. Quando ero un pischello decenne mi piaceva ogni tanto leggermi i fumetti di Asterix e Obelix. Poi hanno iniziato a impazzare le versioni cinematografiche, una più brutta e meno divertente dell’altra, tanto da mandarmi in odio questi due personaggi. Inutile dire che cosa provi per questa nuova uscita.

La scoperta dell’alba di Susanna Nicchiarelli.
Non so se e come approccerò a questo film. Da un certo punto di vista mi sembra che si tenda sempre a parlare delle stesse cose nei film di matrice italiana. Dall’altro punto di vista se i film racchiudono un pezzo della nostra storia hanno sempre quella tendenza a diventare piuttosto interessanti. Non saprei da che parte stare.

Quello che so sull’amore di Gabriele Muccino.
“La ricerca della felicità” ha avuto un successo incredibile ma non ho mai trovato il coraggio di vederlo. “Sette Anime” assolutamente meno di successo e non l’ho visto. Questa terza produzione hollywoodiana di Muccino non mi ispira nemmeno la minima fiducia. Eppure le sue produzioni italiane precedenti al suo sbarco a Hollywood erano apprezzabili. Alcune molto mielosa, ma comunque apprezzabili.

A Royal Weekend di Roger Michell.
Questo ideale “seguito” di “Il discorso del re”, è un film che sucita in me un grosso interesse, anche se potrebbe a prima vista apparire un qualcosa di veramente borioso. Se ne avrò la possibilità tenterò di vederlo.

Cloud Atlas di Tom Tykwer, Andy Wachowski, Lana Wachowski.
Questo è decisamente il film della settimana, firmato dai registi della trilogia di Matrix (che a me non fa certo impazzire). Una serie di storie tutte intrecciate tra loro che promettono una lunga serie di emicranie. Nel cast figurano Tom Hanks e la pessima Halle Berry. Passerò sopra alla presenza di lei.

Homeland – Season Finale: “The Choice”


Dopo una prima stagione di altissimo livello, che ci aveva presentato una nuova serie tv ai limiti della perfezione, grazie ad un cast sopra le righe, a una regia curatissima e ad una creazione della tensione che non prevede cali di ritmo, era difficile fare di meglio con la seconda stagione.

PER CHI SEGUISSE LA PROGRAMMAZIONE ITALIANA, CI SONO DEGLI SPOILER SULLA SECONDA STAGIONE, NON ANCORA ARRIVATA IN ITALIA.

Missione compiuta, per una serie che vuole sorprenderci attraverso scelte coraggiose, che ribalta gli schemi. Basti pensare al fatto che il cattivone Brody, che uno si aspetta sia il protagonista della serie ancora per lungo tempo, viene arrestato nel quarto episodio e dopo inizia a collaborare con la CIA.

Basti pensare ad un undicesimo episodio, il penultimo, che sarebbe stato un perfetto finale di serie (attenzione, non un finale di stagione, un finale DI SERIE), che fa pensare che romai ci sia ancora poco o nulla da dire. E invece, ecco che arriva l’ultimo episodio.

Un vero fulmine a ciel sereno, in un momento in cui pensi non possa succedere più niente, tutto si ribalta, tutto si riapre, aprendo a scenari assolutamente spettacolari e creando un hype clamoroso per la terza stagione, che arriverà presumo a fine settembre/inizio ottobre 2013.

Qualche considerazione sparsa, per punti:

  • Estes è un personaggio che non mi è piaciuto sin dall’inizio. La sua dipartita è una boccata d’aria fresca.
  • Uno dei punti fortissimi della serie è il fatto che non si capisce dove vada la testa di Carrie, la protagonista. Mentre la sua bipolarità è stata leggermente messa da parte, i suoi atteggiamenti continuano comunque a suscitare grossi dubbi.
  • Damian Lewis, che interpreta Brody, è un attore fantastico. In coppia con Claire Danes diventa una vera e propria bomba.

Voto alla seconda stagione: 9,5
Voto al season finale: 10